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Busto di Attis

Il busto marmoreo ( alto circa 90 cm.), databile al II sec. D.C., raffigura il dio Attis, sacerdote della dea Cibele, considerata la madre di tutti gli dei.

La religione di Cibele e Attis, originaria della Frigia in Asia Minore, si diffonde nella Grecia continentale sin dal periodo classico: nel III sec. A.C. le due divinità hanno già un santuario al Pireo, ma la loro venerazione resta piuttosto ai margini della vita religiosa ufficiale.

Il culto venne accolto a Roma nel 204 a.C., durante la seconda guerra punica, su suggerimento dei libri sibillini, e qui Cibele assunse il nome di Magna Mater Deum Idaea. Il suo tempio era Palatino ed il culto era affidato a sacerdoti frigi chiamati “Galli”, mentre i cittadini romani potevano partecipare solo ai ludi Megalenses che si svolgevano in aprile e consistevano in grandi giochi scenici. La religione di Cibele, che ebbe durante l’Impero grande diffusione in tutto il mondo romano, anche come reazione ed opposizione al Cristianesimo, era caratterizzata da riti misterici cui erano ammessi a partecipare solo in seguito ad iniziazione e nei quali avevano gran parte la danza orgiastica di fronte alla statua della dea, durante la quale i sacerdoti si ferivano a vicenda, ed il grande corteo che si concludeva con il bagno simbolico della dea.

Attis è figlio e paredro di Cibele, che essa genera, sposa e indirettamente uccide, per farlo poi rinascere in un ciclo perenne di vita e di morte. Fulcro di tale ciclo è l’evirazione di Attis, imposta dalla dea, e tale da compiere simbolicamente la fusione androgina dei sessi (l’evirato è maschio e femmina insieme), presupposto della forza generatrice della natura. Per questo Attis è stato visto come una divinità agraria, la cui sacra vicenda di morte implica una rinascita celebrata ritualmente, in rapporto con il ciclo della vegetazione e il rinnovamento della vita animale. In età romana il culto subì comunque delle alterazioni in senso etico, poiché l’evirazione rituale divenne anche un rito di rinuncia al “mondano” (oltre che di rinuncia alla virilità) fino ad inserirsi in un contesto mistico con tendenze soteriologiche. Per i suoi stretti rapporti con l’idea della morte e dell’immortalità, Attis assunse anche l’aspetto di una figura malinconica legata agli usi funerari.

Nel busto di Olevano Attis è contraddistinto dal caratteristico berretto frigio, il copricapo a punta dal quale fuoriesce la folta capigliatura, disposta sulla fronte in fluenti corte ciocche ondulate, mentre sul retro scende lungo il collo fino a posarsi sulle spalle. Il volto, dall’aspetto giovanile, tradisce un’espressione vagamente triste, accentuata dalla lieve inclinazione della testa. Il busto è avvolto da un mantello agganciato sulle spalle e mosso da torbide pieghe.

La scultura si inserisce tra i pochi esemplari conosciuti di busti marmorei di Attis, poiché è più frequentemente rappresentato a figura intera in rilievi e statuette. Due esemplari del tutto simili al busto di Olevano, sia per l’iconografia che per la resa stilistica del panneggio, furono rinvenuti a Formia e sono oggi conservati a Copenaghen.

(di Sandra Gatti, da Attis e Apollo – OLEVANOARTENOVANTOTTO, Ed. del Mandorlo)


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